Sante Lunardelli

In copertina da sx: Adriana Carrer, il marito Sante Lunardelli e Don Primo Zanatta (salone dell’oratorio di Croce, gennaio 2015).

Testimonianza di Sante Lunardelli nato il 16 settembre 1934 a Jesolo (VE) – Domenica 26 novembre 2023 –

La mia famiglia di origine

Mio nonno Sante, mezzadro, è stato il capostipite della famiglia Lunardelli e ha avuto cinque figli:
Giordano, Nicolò, i due gemelli Augusto e Battista e Olivo.
Nicolò, mio padre, classe 1904, ha sposato mamma Assunta Portello ed entrambi sono nati a Mansuè (TV).
Negli anni la famiglia si è allargata cambiando diverse residenze e alcune unità famigliari si sono divise, tantopiù che i luoghi visitati sono stati: Baite di Mansuè, Passarella di Sotto (Jesolo), Fossalta di Piave (nelle proprietà di Beppino Rossetto alle Ronche e di Bevilacqua nella casa colonica numero 5 alla fine di Via Piero Franzin) e infine mio padre a Croce in Via Gonfo (nella casa dei Baldissin. Quest’ultima aveva visto partire per Milano un ramo della famiglia liberando metà abitazione).
Il primo a lasciare la famiglia di nonno Sante è stato zio Olivo, che è andato ad abitare in affitto in una casetta sotto la “marezzana” (argine) del fiume Piave e nella proprietà del Sindaco di Fossalta, Alfonso Ferrari. Zio non ha seguito la strada della mezzadria e si è adeguato a fare il “nonsolo” (sacrestano), ma con cinque figli da mantenere non riusciva a sopravvivere e pertanto, essendo un mutilato della Grande Guerra, tramite suo compare Marcello, è riuscito ad entrare come operaio nello Jutificio di San Donà di Piave.
Il secondo a lasciare la famiglia è stato mio padre, con tutti noi appresso.
Prima di trasferirsi nella casa al Gonfo di Croce ha dovuto versare cinque anni di anticipo dell’affitto perché la famiglia che ci ospitava aveva bisogno di soldi (750.000 lire). Per pagarli è stata fatta una stima dell’eredità dei miei nonni suddivisa per i figli e con il fondo cassa del capostipite è stata saldata la somma. Dopo l’affitto mio padre è rimasto senza denaro, ma mio zio Olivo lo ha aiutato donandogli l’eredità che aveva scelto per sé, il bestiame. Purtroppo, avendo ricevuto dal proprietario terriero solo un campo e mezzo da coltivare non riusciva a sfamare la famiglia, mentre papà che teneva quattro campi, si.
Nel Gonfo a Croce, oltre alla casa di papà, giù dalla scarpata e sotto quella rossa di Cicci Perissinotto, vi si trovavano altre abitazioni che sono state tutte demolite dopo l’alluvione del 4 e 5 novembre 1966. C’era quella di Bruno Perissinotto, la baracca di Beppi, la casa di Gigi e quella di Baldissin. Beppi, nonostante le autorità gli avessero vietato di costruirsi la casa in golena l’ha edificata lo stesso e con l’alluvione l’ha dovuta abbandonare.
Il terzo a lasciare la famiglia è stato zio Giordano che è andato ad abitare in affitto dietro la vecchia farmacia Spica a Fossalta, poi zio Augusto a Mussetta e Battista al Villagio del Bosco a Croce.
Qui, prima di lui, ci abitavano gli Zanusso, sotto la padronanza del Conte Manfredi proprietario di dieci campagne. Egli possedeva le case di: Sant’Antonio dove abitavano gli Ambrosin lungo l’argine San Marco a Croce, .. delle due famiglie Sgnaolin, .. dei Bincoletto, .. dei Perissinotto e .. dei Zugno.

Zia Amelia Mazzonetto

La casa dei Lunardelli è sempre stata ben organizzata perché c’era zia Amelia Mazzonetto che dirigeva tutte le femmine di casa, ogniuna con il proprio compito.
La cucina dove si mangiava aveva una tavola lunga sei gambe nella quale si sedevano gli adulti maschi, le donne servivano i commensali, mentre i bambini mangiavano seduti per terra.
Zia Amelia si era sposata “per procura” con zio Olivo (circa nell’anno 1941) in quanto c’era la necessità di avere uomini per lavorare la terra e donne per le faccende quotidiane. Nonno Sante pertanto pensò bene di combinare il matrimonio tra i due, essendo lei in servizio come domestica a Roma (presso un Generale dell’aeronautica militare) e lui prigioniero di guerra in Grecia. A sposarli è stato lo zio Battista. Quando entrambi si sono finalmente trovati allora è stata fatta la festa con i parenti e a suonare la fisarmonica è stato Antonio Mazzonetto (1), il papà di Amelia, che, come lavoro, aggiustava orologi a Fossalta. I fratelli della zia si chiamavano: Dano (Alessandro Mazzonetto detto Giordano), Bruno e Giannino del 1934 come me. Bruno è quello che è stato ucciso dai partigiani a Pralungo e sepolto sotto un tombino sulla terra dei Menegaldo. Lui “faceva amor” a mia cugina Melinda

Matrimonio di Olivo Lunardelli e Amelia Mazzonetto. Il bambino in primo piano a sx con i genitori è Sante Lunardelli.

La mietitura del frumento

Le famiglie dei Perissinotto e Zugno ci aiutavano nei grandi lavori agricoli come quello della mietitura del frumento. Tutto iniziava con il taglio del grano tramite la falciatrice trainata dai buoi. Questa era predisposta con un meccanismo manuale che permetteva di lasciare a terra la “màna” (mannello) tramite l’azionamento di un pedale, che solitamente azionava lo zio Giordano, e che noi dietro dovevamo legare. Poi venivano fatti dei grandi “capitelli” (covoni), successivamente caricati a mano nei carri e portati a casa dal campo per essere battuti sulla trebbia di Joanin (Giovanni) Perissinotto da Fossalta di Piave, che lavorava conto terzi. I covoni slegati, quindi, venivano introdotti nella macchina che separava il grano dalla paglia. Questa tramite un rullo veniva introdotta verticalmente nel “màcaco” (l’infaldatore a testa di cavallo) che la pressava orizzontalmente producendo le balle che noi poi legavamo col fil di ferro.

Il servizio militare

Sono andato in servizio militare nel giugno del 1954 quando abitavo ancora nella casa di Via Piero Franzin a Fossalta di Piave e ricordo che la sera prima di partire zio Battista mi aveva doto una mancia di 3000 lire. Egli era diventato il nuovo “padrone” di casa sostituendo nonno Sante, molto vecchio.
Ho fatto quarantacinque giorni di CAR nella VAM a Bari e poi i restanti giorni ad Amendola (un distaccamento di Foggia).

Sante Lunardelli con la divisa militare.

Ho terminato la leva dopo tredici mesi.
Un giorno, a casa per un permesso, zio Battista mi aveva avvisato che i miei genitori con i fratelli si erano trasferiti nella nuova casa in Via Gonfo a Croce; pertanto, raggiunto in corriera il capitello di “Gilimbeo” (quello dei Gradenigo che sorgeva all’inizio di Via Croce e di fronte alla torre piezometrica) mi sono incamminato per Via Treviso, raggiungendo i familiari con molta difficoltà a causa del buio e della nebbia fitta. È stata una tragedia!

L’alluvione

Quando c’è stata l’alluvione tra la notte del 4 e 5 novembre 1966 noi abitavamo nella casa in Via Gonfo e quella volta l’acqua è arrivata al secondo piano. Ricordo che papà piangeva dalla disperazione.
Mio fratello più giovane, Toni, girava con la barca per salvare il salvabile e dovunque c’erano animali morti che galleggiavano nell’acqua.
Per fortuna che la sera prima avevamo portato fuori dalla stalla il bestiame, quasi a presagire la sventura. Di questo, per sopperire alle necessità economiche, una vacca l’abbiamo venduta e l’altra, in cinta, l’abbiamo portata dallo zio Augusto a Mussetta. Questa però è morta di tubercolosi. L’avevano stimata 180.000 lire, ma purtroppo l’abbiamo venduta al mediatore Fossetta per 60.000 lire.
Dopo l’alluvione, con la casa priva di abitabilità, sono stato ospite a Mussetta dallo zio Augusto, in quanto ero vicino al posto di lavoro presso lo jutificio. I miei fratelli invece:
Maria era già sposata e abitava altrove con Camata (muratore), che a suo tempo si era ricongiunto con la famiglia dalla Svizzera perché gli era morta la madre.
Toni si era già sposato nel 1965 con Diana Baldissin, mentre Luciano, sposato con Assunta Crosera (detta Paola) è andato ad abitare nella casetta accanto al Baronetto a Croce (oggi scomparsa).

Il Gonfo a Croce (VE).

La nuova casa a Croce

Prima dell’alluvione avevo acquistato a Croce un terreno di ottocento metri quadri e iniziato a costruire, a ore perse, la mia nuova casa con l’aiuto di mio fratello Toni. Eravamo i secondi a edificare nella nuova lottizzazione, dopo i Granzotto che avevano demolito la loro vecchia casa (questa sorgeva all’inizio di Via Giuseppe Mazzini).
Dopo l’alluvione il mio futuro cognato muratore, con l’impresa da Venezia, mi ha terminato la casa con il tetto. D’accordo con il Comune mi hanno fatto alloggiare nell’edificio con lo stretto necessario per l’abitabilità e qui siamo venuti a vivere io con Adriana e Toni con sua moglie.
Per decidere su quale piano della casa dovevamo vivere abbiamo utilizzato il metodo delle bruschette. Una persona teneva in mano due bacchetti che a vista dovevano sembrare lunghi uguali, ma che nella realtà risultavano uno più lungo dell’altro e a sorte dovevamo sceglierne uno. A me è capitato quello più lungo e sono finito ad abitare al piano primo, mentre Toni al piano terra. Lui però dopo poco si è trasferito in un’altra casa e ha venduto tutto l’appartamento a Pagotto (che proveniva dalla Svizzera e dopo aver sposato una friulana a Monastier è venuto ad abitare a Croce).

Adriana e la sua famiglia

Il giorno del matrimonio di Adriana Carrer e Sante Lunardelli – 8 aprile 1967.

Nel 1962, al ponte di barche di Fossalta, ho incontrato per la prima volta Adriana Carrer che poi ho sposato l’otto aprile del 1967. Il viaggio di nozze l’abbiamo fatto a Venezia con l’acqua alta e ricordo che in quell’occasione abbiamo mangiato il pasticcio in una locanda. Lì abitava anche mia cognata Nanda. Nella famiglia di mia moglie erano in tre sorelle: Nanda (Fernanda), Adriana e Loredana. Nanda ha avuto una vita matrimoniale molto difficile tanto che sua figlia Franca è andata ad abitare fin da piccola con i miei suoceri. Loro si chiamavano Antonietta e Amedeo e provenivano da Monastier di Treviso. Dopo la loro seconda residenza a Pralongo sono venuti ad abitare qui a Croce, prima da Loredana e poi da noi. Quando è morto il papà di Adriana, Franca aveva otto anni e tramite il tribunale dei minori di Venezia siamo riusciti a adottarla. Franca è morta a cinquantotto anni d’infarto (8 marzo 2020).
Io sono sempre stato l’occhio destro di mio suocero. Quando “n’davo far amor” (ero fidanzato con Adriana e andavo a trovarla) lui mi aspettava tutte le domeniche per la cena. Un giorno mia mamma mi ha dato una gallina da poter condividere con la loro famiglia come riconoscenza. Mi ricordo che prima di partire dovevo “varnar le vacche” (pulire la stalla delle mucche) per lasciare un po’ di tempo libero a mio padre che andava con Roder a giocare le carte all’osteria Babau di Luigi Perissinotto. Poi di fretta mi lavavo e partivo per Monastier. I Roder, Angelo e Vittorio, prima di trasferirsi a vivere nella casa dei Gradenigo, all’inizio di Via Croce, abitavano con i Ceo (Barbieri), i Pasquon e i Perissinotto in Via Treviso, mentre Luigi, il più vecchio viveva vicino ai Baldissin in Gonfo. Loro, tra i tanti lavori, andavano per le case a battere l’uva con una cavalla.
Adriana, prima di rimanere incinta, ha lavorato alla Trento Sport di Monastier a produrre stivali per l’esercito (ex Cox) e poi è diventata una casalinga. Ha prestato servizio per quarantadue anni come volontaria nel bar dell’oratorio di Croce. Mi ricordo quando dovevamo acquistare l’occorrente per il locale mi diceva: “Negro taca a macchina che n’demo” (Negro accendi l’auto che andiamo. Negro era il mio soprannome perché avevo i capelli mori) e con la tessera dell’oratorio facevamo la spesa al Cash and Carry. Ha fatto anche la cuoca al campeggio parrocchiale di Vinigo (Vodo di Cadore) e io gli sono sempre stato accanto. Sono andato per vent’anni in quel luogo a falciare l’erba e allestire il campo assieme agli altri volontari.
Nel 2015 si è ammalata di Alzheimer. Ricordo che prima di entrare in casa di cura mi ha detto: “Ciao Negro! Vieni qua che ti do un bacio. Non ci vediamo più”. L’ho accompagnata nella sua malattia per cinque anni e poi è morta il 4 aprile 2020.

La famiglia di Adriana Carrer, la bambina piccola in braccio della nonna.


Un episodio raccontato dalla figlia Fiorenza

Fiorenza: I miei genitori ci portavano a Tarzo con mio fratello Fabrizio e mia cugina che viveva con noi. Mamma ci diceva: “Volete andare a casa degli altri senza il mangiare pronto?” e allora caricavamo le pentole sotto i sedili, le coperte sul portabagagli sopra la capotta e noi cinque dentro la FIAT Cinquecento. Quando si arrivava in prossimità della salita verso la casa, allora scendevamo per spingere l’auto. Alloggiavamo da una santola di famiglia. Ricordo che d’inverno, con il freddo, dormivamo tutti e tre nello stesso letto sotto dei grossi piumoni di penne d’oca. L’unica nota negativa era quando dovevamo andare al bagno che si trovava all’esterno della casa.
Sante: D’estate andavamo ad aiutarli a raccogliere il fieno sulle malghe in montagna. Ricordo che per trasportarlo a valle si caricava sopra ad un grosso ramo d’albero appeso dietro al trattore e poi con il montacarichi lo si portava nel fienile.
Fiorenza: sotto la casa si trovava la stalla. Il papà della santola al mattino presto chiamava: “Femmine! Femmine! Venite qua a prendere il latte per i bambini”. Mia mamma batteva la panna con la frustina e aggiunta al latte appena munto ci faceva una colazione deliziosa. Con la panna avanzata preparava invece il tiramisù.

Il lavoro

Inizialmente tramite il mediatore Leone Bergamo da Croce ho lavorato per tre stagioni allo zuccherificio di Ceggia a scaricare le bietole dai carri con la forca (mi avevano assegnato circa sessanta quintali giornalieri di barbabietole). Partivo da casa per Ceggia alle cinque del mattino con il motorino. Fuori stagione andavo assieme a papà a pompare le vigne con la mussa e la botte di Beppo Perissinotto e, oltre alla campagna in bonifica e i vari paesi qui attorno, venivo a trattare le vigne che si trovavano dove ora sorge la mia casa. Questi campi appartenevano ad Arturo e Chechi Granzotto (il padre dell’impresario edile Zanardino e di Alma). Un giorno il prete di Croce, don Ferruccio, mi ha consigliato di modernizzarmi e allora al posto della mussa ho acquistato una carioca fatta con il telaio di una FIAT 1100.
Successivamente ho lavorato a turni allo Jutificio di Mussetta (San Donà di Piave) a far sacchi e per alcuni anni ho proseguito anche il lavoro di agricoltore. I turni erano tre, divisi in otto ore, dalle ore 6:00 alle 14:00, dalle 14:00 alle 22:00 e dalle 22:00 alle 6:00.
La juta proveniva dall’India, arrivava a Genova, poi raggiungeva Venezia e quindi con i burchi il fiume Piave. L’approdo e il passo barca si trovavano al Gonfo, all’altezza della casa di Cicci Perissinotto. Cicci e suo cugino Beppi avevano la barca e trasportavano le persone da una sponda all’altra del fiume. Cicci oltretutto trasportava con il cavallo e il carretto le balle di canapa grezza fino allo stabilimento. Qui venivano sciolte, battute, oleate e poi con la fibra facevano dei grandi rotoli. Quindi la stessa veniva passata sotto dei cardi e pestata. Per ultimo c’erano gli stiri che producevano nastrini da mettere dentro a dei vasi e da questi passavano al filatoio.

La casa di Cicci Perissinotto al Gonfo di Croce (VE).

Lo jutificio aperto nel 1908 era di proprietà di Dall’Armi. Le attrezzature invece appartenevano al dottor Filippo Rizzola che abitava a Musile di Piave (nella villa ormai scomparsa che sorgeva nell’area occupata attualmente dal Condominio Alle Magnolie) e al dottor Marin da San Donà di Piave.
Dopo la morte di Rizzola lo jutificio è rimasto a Marin e all’ingegner Emilio Dina (colui che ha fondato nel 1962, assieme a Franco Nardari, l’industria Veneta Filati di Meolo).
Allo jutificio ho lavorato per trentacinque anni dal 1962 fino alla pensione nel 1997. Nell’ultimo periodo di funzionamento dello stabilimento ho lavorato nella produzione di sacchi in nylon. La juta era ormai andata in disuso e le macchine per lavorarla pertanto sono finite in Pakistan. Lo jutificio è stato acquistato poi da Francesi che lo hanno gestito fino alla chiusura.

La passione per la musica e il canto

Sono nato e cresciuto con la musica e so suonare il Basso Tuba.
Da ragazzo, con i miei fratelli avevamo organizzato un gruppo musicale e la prima volta che abbiamo suonato è stata alla marcia funebre del vecchio maestro Giuseppe Mazzon (della banda paesana di Fossalta di Piave, che abitava nella località Parigi). Gli strumenti ce li dava il Comune in “comodato d’uso gratuito”. Per due sere alla settimana ci trovavamo a studiare musica con il maestro Pravato da Meolo presso uno stabile che si trovava di fronte al vecchio Comune di Fossalta (un tempo questo edificio era collocato nei giardini di Piazza 4 Novembre). Ho imparato a suonare con i libri di Pasquale Bona sia in chiave di violino che in quella di basso.
A sedici anni (1950) abbiamo inaugurato il nuovo organo a canne nella chiesa di Fossalta di Piave. Mio cugino Luigi Lunardelli (figlio di Battista) era maestro di bacchetta e un bravissimo tenore. Nella banda eravamo in sei Lunardelli a saper suonare e cantare. In estate andavamo a far ballare le ragazze a Cà Memo, mentre a Capodanno ci aggregavamo ad altri tre gruppi e suonavamo nelle famiglie del paese. A mezzanotte c’era la tradizionale cena da Fregonese a Fossalta di Piave (nella grande casa colonica dove oggi c’è la Reale Mutua) e poi si proseguiva a suonare fino alle cinque del mattino per assistere alla prima messa. Sfiniti si tronava a casa per dormire.
Durante l’anno, quando tornavamo dalle serate passate a suonare, andavamo tutti a letto, ma all’improvviso mi assaliva una fame da lupi. Riposavo con i miei fratelli al piano terra e a notte inoltrata, quando tutti dormivano andavo in cucina e aprivo di nascosto il moschetto per mangiare la panna appena fatta in casa da zia Carmela (la mamma di Luigi). Lì intingevo il pane nel burro e mangiavo a squarciagola di gusto. Il moschetto era un mobile di legno appeso al muro, chiuso da una rete e riparato dalla luce con della carta all’interno, che serviva da frigorifero.
Il giorno del panevin suonavamo e poi andavamo a casa a giocare a tombola mangiando la pinza che ci faceva la zia.
Ho cantato e suonato per cinquant’anni nel Coro “Basso Piave” di Fossalta con il maestro di musica Narciso Zaramella (2). Era un coro molto grande da n. 55/60 persone provenienti da Fossalta, Meolo e Noventa. Nei grandi concerti facevamo il gemellaggio con la Corale “Attilio Zaramella” di Sant’Andrea di Barbarana diretta dal maestro (Antonio) Toni Panighel (3), seguiti dall’orchestra Regionale Filarmonia Veneta diretta dal maestro Marco Titotto. Abbiamo cantato con la Fanfara del Piave diretta dal maestro Sandro Bincoletto da San Donà e all’opera lirica Norma a Oderzo.
Quanto non ho potuto più guidare l’auto ho proseguito a cantare nel coro della chiesa di Croce. Mi hanno persino regalato una targa di riconoscimento e una scatola di caramelle per essere il cantore più anziano del paese, dopo la scomparsa di Toni Sgnaolin (che aveva ben cento anni). Nonostante stò perdendo la vista e non riesco più a leggere gli spartiti continuo a cantare perché mi ricordo tutte le canzoni a memoria.

1. Mirco Trevisan, 2. Mario Girotto, 3. Giuseppe Bello (detto Beppo Beo), 4. Sante Lunardelli, 5. Claudio Casella, 6. Luigino Lunardelli, 7. Gianni Lunardelli, 8. Silvio Fregonese.

Note:
(1) Antonio Mazzonetto, papà di Amelia, svolgeva la sua attività a Fossalta di Piave dietro l’albergo Italia e lavorava come orologiaio, barbiere e arrotino. Appassionato di musica era riuscito a trasmettere al figlio Alessandro Mazzonetto detto Giordano, la passione per la fisarmonica. Questi a sua volta ne era diventato un vero e proprio maestro, sapendo suonare l’oboe e il clarinetto. Durante il periodo bellico della Seconda guerra mondiale Alessandro, classe 1919, si era arruolato con l’aeronautica militare ed era andato a combattere lungo le coste del mare Adriatico, diventando poi musicista presso la banda militare. Quando tornò dalla guerra andò a lavorare presso l’industria siderurgica leghe leggere di Marghera prendendo parte alla banda del dopolavoro ferroviario di Mestre. Per la sua grande passione di fisarmonicista era diventato amico di Paolo Soprani della famosa ditta di fisarmoniche di Castelfidardo. Musicista autodidatta, Alessandro nel 1951, era emigrato in Belgio per lavorare in una miniera di carbone e qui, per le sue doti musicali, lo avevano scelto per suonare in una trasmissione radiofonica dell’EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche, attuale RAI) rivolta agli emigrati italiani.

(2) Il Coro “Basso Piave” è nato dalla trasformazione del Coro Parrocchiale di Fossalta di Piave del 1948. Diretto dall’organista e maestro Narciso Zaramella (n. 5 aprile 1931 / m. 10 giugno 2007) ha debuttato nella chiesa di Fossalta per poi accrescere nei numerosi concerti in tutta Italia. Ha accompagnato le Messe solenni in sol maggiore con il repertorio di L. Cherubini e con la “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni; e ha esteso il suo repertorio con brani di autori come Verdi, Rossini, Bellini e Mascagni per la musica lirica e Bach, Haendel, Haydn e Cherubini per la musica sacra.

Narciso Zaramella: https://www.collaborazionenoventafossalta.it/fossalta-di-piave/storia-fossalta/donne-uomini-testimonianze/ricordando-narciso-zaramella/

Coro misto “Basso Piave” sull’altare maggiore di Fossalta di Piave (VE). Sante Lunardelli è il sesto dell’ultima fila dietro, partendo a contare da sx. Il terzo davanti da destra è Narciso Zaramella.

(3) La Corale “Attilio Zaramella” è stata fondata nel 1970 dal maestro e direttore Antonio Panighel e dalla fusione dei cori parrocchiali di Sant’Andrea di Barbarana e Fagarè (San Biagio di Callalta – TV). Prende il nome dal compositore Attilio Zaramella da Monastier di Treviso.
Ha svolto concerti in tutta Italia e in Europa.

5 thoughts on “Sante Lunardelli

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  1. Sono commossa sono una Lunardelli ma non sapevo tutto questosiamo cugini di 2 grado grazie per questa bella storia di vita!!!un abbraccio ai miei cugini!!

  2. Carissimo cugino siamo tutti commossi nel leggere la tua storia e non solo, tutti i riferimenti al passato ,a una vita vissuta con mille difficoltà ma con grande cuore fa di te un grande uomo ti abbracciamo
    Tua cugina Roberta e tutta la famiglia Lunardelli Luigino

  3. Buongiorno, complimenti per il sito, vorrei chiedere e suggerire se potesse informarsi e scrivere un articolo sul “Bar da Murer”, quello che è situato sull’argine a San Donà, mi riferisco ovviamente ai gestori “antichi” ovvero Franco e la sorella Bruna ormai entrambi deceduti, vidi l’ultima volta Franco nel 2011 ma era già più che 80enne.
    Sarebbe un articolo interessante per la storia di questo bar che ora si può definire antico e dei suoi storici gestori. Magari loro parenti hanno foto di importanza che colgono il bar e il contesto di campagna e contadino dove si trovava.

    1. Buongiorno, la ringrazio per i complimenti. Apprezzo il suo suggerimento in merito al “Bar da Morer”. Il posto dove sorge l’edificio, denominato Intestadura, era il luogo dove venivano traghettate le persone da una sponda all’altra del fiume Piave. Un altro attraversamento si trovava dove oggi c’è il ponte della Vittoria (che all’epoca non esisteva). Sicuramente una via di passaggio importante, presupposto per costruirci una locanda.

  4. Bellissima e interessante testimonianza! Complimenti a chi ha raccontato e a chi ha raccolto.
    Simonetta Cancian

    E’ possibile parlare con il sig. Sante Lunardelli?

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