La Conca di Intestadura nella Prima Guerra Mondiale – di Marino Perissinotto

Delle battaglie e degli uomini che vi si affrontarono un secolo fa non esiste alcun segno di memoria; eppure attorno alla Conca furono guadagnate le medaglie d’oro al valore militare di Vincenzo Onida e Carlo Gardan, e tante altre d’argento e di bronzo. Furono in tanti a patire, ad essere feriti od a morire, ad Intestadura.
Eccone una, di storia. Un episodio, forse minore, che testimonia di come il coraggio non stia solo nell’andare all’assalto.
Cominciamo.
Intestadura è alla forcatura della Piave nei due rami orientale o Nuovo ed occidentale o Vecchia.
La Piave Vecchia riceve le acque del Sile e le riversa in Piave Nuovo facendole passare per la conca idraulica del Taglio (ma è nome intercambiabile con Intestadura; messi assieme ricordano tre secoli di storia idraulica).
La Conca fu aperta alla navigazione fluviale nel 1873. Era dotata di due “porte a vento”, che permettevano tanto di compensare il differente livello dei due corsi d’acqua quanto di impedire che le piene della Piave, tramite il varco nell’argine, entrassero ad allagare le campagne di Musile e Chiesanuova.
Sopra l’argine correva anche la strada che portava da Musile all’Isola della Piave, e che superava la conca su un ponte girevole, incardinato alla spalletta di settentrione. Quando arrivavano i natanti con alberatura e velame, si bloccava il passaggio e si ruotava il ponte.
Allora quel ponticello era l’unico a scavalcare la Piave Vecchia.
Per trovarne un altro navigando verso il mare, occorreva arrivare a Cavazuccherina, per poi risalire fino a Musile.
Fu un’opera pubblica impegnativa ed efficace, premiata da un numero crescente di imbarcazioni che la utilizzavano.

La Conca di Intestadura oggi. Sullo sfondo la Piave Vecchia.

Arrivò la Grande Guerra, e le vie d’acqua ebbero un ruolo di sempre maggiore importanza per rifornire e sgombrare il fronte della 3a Armata. Attorno alla Piave Vecchia ed alla Conca di Intestadura furono insediati i Comandi Fluviali di Noventa di Piave, Revedoli, Cavazuccherina e Portegrandi.
I burci ed i vaporetti del tempo di pace furono rimpiazzati da interi traini di natanti rimorchiati da imbarcazioni a vapore.
Fu un fervore di retrovia, lontano dai rischi del fronte, fino allo sfondamento di Plezzo ed alla ritirata.
Il fronte della 3a Armata lasciò il Carso dal 27 ottobre 1917 e si fermò sulla Piave e sul Piave Nuovo col 9 novembre seguente.
Intestadura era divenuta primissima linea, affacciata all’acqua di nessuno del Piave.
Alla difesa del settore era assegnata la Brigata Bari. Il suo 139° reggimento, comandato dal colonnello Gioacchino Nastasi, soldato rude che sul Carso si era guadagnato due medaglie d’argento al valore militare, teneva la riva dal ponte stradale di San Donà a Passarella; da qui alla Castellana, c’era il 140° fanteria.
La mattina del 13 novembre la 41a Divisione di fanteria ungherese lanciò un assalto attraverso il Piave Nuovo. Il fiume fu passato in tre punti, attorno a Intestadura, Grisolera e Revedoli.
Nella prima e nell’ultima località gli assalitori furono respinti dopo intensi combattimenti; a Grisolera riuscirono a creare una solida testa di ponte, e quindi, dopo due giorni di scontri, a prendere l’intera Isola della Piave.

La conca di Intestadura rimase agli italiani nella parte a monte, e passò agli imperiali verso il mare.
Il ponte mobile, incernierato dalla parte di Musile, fu ruotato e fissato con delle funi sotto le linee italiane.
Luigi Gasparotto scrive così nel suo Rapsodie:

il nemico è a venticinque o trenta metri, ma i fanti hanno improvvisato una superba difesa: fra essi e loro vi era il piccolo ponte di ferro girevole; a forza di braccia lo hanno tirato di qua, verso il «Magazzino idrico», e attorno al Magazzino hanno eretto una vera montagna di sacchi a terra.
Vi è del fantastico in tutto questo, opera di una notte e di un’alba.

L’Argine Regio e le porte di Intestadura ripresi dalla riva sinistra del fiume, in una foto austro ungarica. A destra si vede il fortino di sacchi di terra costruito dal 139° reggimento fanteria. La foto è stata ripresa il 31 marzo 1918, più di due mesi dopo la distruzione del ponte. (Feindl. Stellg. bei Jntesta-dura a.d. Piave Vch. Schleusse 31.3.18) di K.u.k. Kriegspressequartier, Lichtbildstelle – Wien – Österreichische Nationalbibliothek – Austrian National Library, Austria – Public Domain.https://proxy.europeana.eu/9200291/bildarchivaustria_at_Preview_15617018?view=http%3A%2F%2Fwww.bildarchivaustria.at%2FPreview%2F15617018.jpg&disposition=inline&api_url=https%3A%2F%2Fapi.europeana.eu%2Fapi

Il 139° fanteria rimase sul Piave sino al 4 dicembre 1917, riuscendo a sventare il 18 ed il 20 novembre due altri tentativi avversari di passare il fiume. A rimpiazzarlo giunsero i reggimenti 241° e 242° della brigata Teramo. La brigata restò a Musile fino al 26 gennaio, quando il suo posto fu preso dal 145° e 146° reggimento della Catania.
Intestadura fu presidiata dal 241°, e il fortino sull’argine fu affidato alla 282° compagnia mitragliatrici Fiat, comandata dal fiorentino capitano Gino Piccini.
Sulla sponda opposta, la 41a divisione ungherese di fanteria creò solo un piccolo posto di osservazione, affidando la difesa a delle linee di trincee più arretrate.
Il 9 gennaio la Conca di Intestadura firmò la sua pace separata.
Il cordame che tratteneva il ponte legato parallelo alla sponda italiana poco a poco si era logorato, sino a spezzarsi, ed il piano viabile era ruotato sino a raggiungere la sponda in mano imperiale.
Era una via stretta ed esposta, e però permetteva di attaccare senza dover superare l’ostacolo d’acqua.
Si decise di verificare esattamente la situazione; si trattava quindi di uscire dai ripari e strisciare lungo il ponte, in vista e sotto il tiro del nemico, e dovendo superare gli sbarramenti di reticolati posati sul piano viabile.

L’attuale ponte di attraversamento della Conca di Intestadura.

A compiere la ricognizione, “esponendosi allo scoperto e sotto il fuoco avversario”, furono il sottotenente Silvio Mentasti, ed i soldati Angelo Augello e Bartolomeo Pichetti, tutti del 5° reggimento Genio.
Si constatò che il ponte, aperto per effetto della corrente, non pareva danneggiato, e si ritenne potesse essere riportato alla posizione originale, purché si legasse un cavo alla sua estremità meridionale per trarlo.
La posa del cavo fu compiuta col favore dell’oscurità dall’aspirante ufficiale Giovanni Aldero, dal sergente maggiore Pietro Regamonti e dal sergente Francesco Campagnoni, e dai soldati Carmelo Midiri e Vittorio Pagnini; tutti mitraglieri della 282a compagnia.
I militari si divisero in due gruppi. Il primo, formato dall’aspirante Aldero, dal sergente Campagnoni e dal mitragliere Pagnini provò a raggiungere la testata opposta. Dietro di loro il sergente maggiore Regamonti ed il mitragliere Midiri trascinarono allo scoperto il cavo metallico, che d’uomo in uomo sarebbe dovuto arrivare in fondo al ponte.
Le sentinelle ungheresi li individuarono, e i soldati italiani, trovandosi illuminati e sotto il tiro nemico, furono costretti a ripiegare.
Gli stessi uomini compirono un secondo tentativo, a poca distanza di tempo. Stavolta sul ponte arrivò anche il mitragliere Midiri. La corda metallica fu saldamente assicurata alla testata del ponte, ed i quattro ripiegarono. Nonostante la reazione avversaria, solo l’aspirante Aldero riportò una lieve ferita.
Dalla sponda italiana col favore del buio si iniziò a tirare la corda a forza di braccia, invano.
Il ponte s’incaponiva a restare dov’era: s’era incastrato, ed a nulla valsero gli sforzi ripetuti tre notti per ruotarlo.
Si decise che l’unica soluzione era la sua distruzione.
A questo punto, occorreva “caricare il ponte”, ossia collocarvi il quintale di esplosivo necessario alla distruzione, trasportandolo all’estremità meridionale, ponendolo nei giusti punti e predisponendovi le micce per il brillamento.
Toccava tornare a strisciare sotto ai reticolati, stavolta portandosi un carico che alla prima pallottola sarebbe esploso, e lavorare sotto l’occhio ed il tiro degli ungheresi.
L’operazione, diretta dal capitano di complemento del 2° reggimento genio Bruno Bonfioli (un irredento trentino) col sottotenente del 5° reggimento Silvio Mentasti, fu compiuta pure dai genieri Secondo Persico e Giovanni Russilli, sempre del 5° reggimento.
Il ponte fu fatto brillare la mattina sul 12 gennaio, e l’esplosione distrusse anche il piccolo posto avversario sull’argine.
Si chiuse in questo modo la pace separata di Intestadura, e le acque dei Piavi tornarono a dividere quasi dappertutto le opposte trincee, fino al mare.

Lo sbocco della Conca di Intestadura nel Piave Nuovo in una foto del primo dopoguerra visto dalla Piave Vecchia. Si vede chiaramente l’effetto dell’esplosione sulla porta di destra. Foto tratta dal libro: L’Esercito per la rinascita delle Terre Liberate.
Lo sbocco della Conca di Intestadura in una foto del primo dopoguerra visto dal Piave Nuovo. Foto tratta dal libro: L’Esercito per la rinascita delle Terre Liberate.

Ai militari protagonisti di questa operazione furono concesse 2 medaglie d’argento e 10 medaglie di bronzo.
Luigi Gasparotto così racconta la vicenda:

Una novità, anzi un prodigio. Il ponte girevole delle Porte del «Taglio», a Intestadura, dove si incontrano i due Piavi, quel ponte che i fanti della «Bari» avevano tirato alla nostra riva per togliere la comunicazione col nemico, l’altra notte si è mosso e si è chiuso! La sentinella sentì improvvisamente scricchiolare le corde e il ponte moversi lentamente, scostarsi verso l’austriaco e offrire – il traditore! – l’altro capo al nemico. Dato l’allarme, tutti accorsero, ma non poterono che constatare il prodigio. Il ponte, che non misurava più di otto metri, corrose in silenzio le canapi, aveva finito col fraternizzare coll’austriaco, anticipando per suo conto il trattato di pace. Per tre notti di seguito, ma invano sempre, si tentò a forza di braccia di ridurlo alla ragione, finché stamane, con cento chilogrammi di gelatina nello stomaco, ha finito col saltare. E’ morto così, per la sua ostinazione, di morte violenta. Ma l’esplosione ha fatto saltare, oltre che il ponte, il baracchino che era al di là, e col baracchino è andata in aria anche la sentinella austriaca. Così il nemico ha dovuto ritirarsi di qualche metro e per oggi non si fa vedere.

Il ponte di Intestadura ancora oggi è percorso quotidianamente da centinaia di veicoli. Superandolo si ha solo un po’ di fastidio per la strettoia che causa, obbligando a rallentare la marcia.
La memoria degli uomini che vi combatterono e delle loro gesta svanì quasi altrettanto rapidamente di una nebbia mattutina sulla Piave.

Sullo sfondo la Conca dell’Intestadura vista dalla sponda destra della Piave Vecchia. In primo piano quello che rimane della riva a guerra terminata. Foto tratta dal libro: L’Esercito per la rinascita delle Terre Liberate.
Sullo sfondo la Conca dell’Intestadura vista dalla sponda destra della Piave Vecchia. In primo piano quello che rimane della riva a guerra terminata. Foto tratta dal libro: L’Esercito per la rinascita delle Terre Liberate.

Fonti consultate:
– Luigi Gasparotto, Rapsodie : diario di un fante, Treves – 1924
– Brigate di fanteria : riassunti storici dei corpi e comandi nella guerra 1915-1918. – Roma : Libreria dello Stato, 1924-1929.
– Comando Supremo del R. Esercito, L’Esercito per la rinascita delle Terre Liberate, Bologna, 1919.
– Ministero della Guerra, Bollettino Ufficiale, anni vari.

Al seguente link è possibile vedere la Conca di Intestadura da un drone: https://youtu.be/kayb_cuYCpE

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