Maria Boem – Testimonianza

Intervista a Maria Boem classe 1930 – Agosto 2019 – Croce di Musile di Piave (VE).

Michele: Nel novembre del 1917 l’esercito austro-ungarico ha sfondato le linee italiane a Caporetto portandosi a combattere lungo la linea del fiume Piave. Ha invaso pertanto il territorio sandonatese, obbligando in questo modo la popolazione a lasciare le loro case per andare profuga in altri paesi ospitanti. Cosa è accaduto alla tua famiglia di origine?

Maria: Durante la Prima Guerra Mondiale mia mamma Ida Boem e la sua famiglia sono andati profughi a Ottava Presa in un’abitazione collocata lungo il fiume Livenza. Hanno lasciato in preda all’esercito autro ungarico la loro casa che si trovava in Via Code a San Donà di Piave e in prossimità del fiume Piave. Si trattava di un casone con il tetto di opa (canna di palude) sviluppato attorno a un grande focolare collocato al centro dell’edificio e nel quale vivevano due famiglie distinte. Vista la fretta di fuggire, in quanto l’esercito italiano che era posto al di là del Piave iniziava a lanciare qualche proiettile di grosso calibro al di qua del fiume, hanno costipato nel carretto trainato dall’asino il minimo necessario per partire e poter in questo modo sopravvivere. Durante il tragitto i soldati ungheresi hanno fermato la mia famiglia per un controllo e nel perquisire il mezzo di trasporto si sono accorti che dentro una sacca vi era la divisa militare italiana di mio zio materno Luigi Boem che era andato a combattere sul Monte Sei Busi (Ronchi dei Legionari – GO) assieme a suo padre, nonché mio nonno Domenico Boem (fu Giosuè). I soldati di guardia pertanto hanno deciso di sequestrare la veste, ma mia madre si è rifiutata di consegnarla ricevendo per punizione un colpo alla spalla con il calcio del fucile, che gli ha procurato una grossa lussazione.
A Ottava Presa la vita è ricominciata più difficile del solito in quanto ogni giorno bisognava combattere contro la fame. I soldati ungheresi, che stanziavano in questo paese, derubavano alle famiglie qualsiasi cosa tornasse a loro utile. La mia famiglia quindi ogni mattina andava lungo la riva del fiume Livenza a nascondere le pannocchie ai soldati per poi andarle a recuperare durante la sera e con il buio. La malnutrizione e lo scarso igiene della popolazione e dei soldati ha favorito il diffondersi dell’influenza spagnola che ha provocato la morte di moltissime persone, fra queste anche due dei fratelli di mia madre, che furono dapprima ricoverati in degenza all’ospedale di Cà Corniani e alla loro morte sepolti in una fossa comune a Cà Cottoni (1). Il forte carattere di mia nonna materna Maria Bardellotto, che ha saputo sopportare questi tristissimi momenti e la sua esperienza di servizio presso la nobile famiglia degli Ancillotto (detti Anziotto) gli ha permesso di diventare nella nuova abitazione la donna di casa, ossia colei che aveva il compito di tenere le chiavi. Questo ruolo importantissimo e decisionale gli è stato assegnato dal padrone di casa, il quale voleva che la moglie si riposasse dalle grosse faccende domestiche, per poter concepire un figlio tanto atteso, che poi è arrivato. Finita la guerra la mia famiglia è ritornata a San Donà di Piave, una cittadina completamente distrutta dalle granate dell’esercito italiano. La vita è ricominciata in una nuova baracca costruita all’inizio di Via Carbonera e sul terreno di proprietà del Logo Pio. Nel frattempo sono tornati dalla guerra per primo mio nonno, seguito da mio zio, quest’ultimo con una ferita subita in battaglia e ormai rimarginata.

Michele: In Via Carbonera non esisteva l’attuale Villaggio San Luca e a quanto pare vi erano tutti campi coltivati. Hai qualche ricordo delle famiglie che abitavano vicino a te?

Maria: La mia casa si trovava nella parte sinistra di Via Carbonera, scendendo l’argine del fiume Piave. Dalla parte opposta vi era una grande casa dove abitavano i Borga a sua volta in affitto della famiglia Marchese (detti Neno) produttori di pesche. Domenico Marchese (detto Memo Neno) era il guardiano della proprietà. Questo aveva due figli: il primo di nome “Gidio” che ha sposato Iseppi e Orfeo che ha sposato Scalon da Grassaga.

Secondo la testimonianza di Borga Rino classe 1939, che abitava nella casa colonica della famiglia Marchese, l’area attualmente coperta dal Villaggio San Luca si doveva presentare nel seguente modo (vedi foto)

Il Villaggio San Luca a San Donà di Piave come si presenta oggi.

Michele: Dove sorgeva il vecchio casone in Via Code cosa è rimasto dopo la guerra?

Maria: Sono state costruite due baracche di legno che ospitavano le famiglie Cibin (detti Zibin) e i Cicogna e poco più avanti, una casa di contadini dei Costantin. Lì vicino si stanziarono poi i Brollo (detti Broeo) e i Damo. Quest’ultimi erano molto fortunati in quanto di fronte alla loro casa avevano il pozzo dell’acqua che gli permetteva di bere con molta facilità e in contemporanea di avere acqua in abbondanza per far da mangiare o lavarsi. Più difficile per noi e il resto del vicinato in quanto dovevamo recarci sul posto dopo una camminata a piedi. Per lavarsi e lavare il bucato invece ci servivamo del canale consorziale oppure della “busa”, una fossa scavata nel terreno la quale raccoglieva l’acqua piovana e la fognatura. Chi era invece vicino al fiume Piave si serviva di quello.

Michele: So che hai abitato anche a Mussetta. Cosa ti ricordi di questo luogo?

Maria: Dopo la casa in Via Carbonera sono andata ad abitare nel deposito di carburante della SIAP a Mussetta, nel quale mio zio materno Luigi era direttore (2). Era un deposito opposto a quello dell’AGIP che si trovava alla fine di Via Ereditari. In questo luogo eravamo in diverse famiglie, tra queste ricordo quella dei Cuzzolin che si trovava dietro la nostra baracca. Erano molto poveri. I figli della signora Maria si chiamavano: Armando, Cochi (Maddalena), Checco (Francesco) , Bepi (Giuseppe), Santina, Sunta (Assunta), Geni (Jelma o Gemma), Stellio (Stelvio) e due gemelli Piereto (Pietro) e Ijeto (Luigi). La loro mamma si dava molto da fare con loro. Non avendo altri mezzi di trasporto li conduceva in giro con una carriola a fondo piatto. Facile era l’estate con il caldo, ma l’inverno è sempre stato molto difficile a causa del freddo, che era più intenso di oggi. La loro mamma scaldava i piccoli con una vecchia stufa a legna mal funzionante che gli era stata regalata e la alimentava con quello che poteva, ossia con “festuchi” e “fruscoe” (ramoscelli e rametti di vite potati). Possedevano anche una piccola mucca, che oltre al latte, rendeva l’ambiente un po’ più temperato. Nonostante il grande freddo i bambini si divertivano a sciare sul ghiaccio a piedi nudi senza mai prendersi negli anni alcun malore. Rammendavano i loro vestiti con gli aghi di sicurezza e per lavarli li stendevano in un ferro aspettando la pioggia. Per bere invece entravano di nascosto nello stabilimento a prendersi l’acqua. Non mancava la grande fede in Dio che ogni mattina dimostravano radunandosi attorno al tavolo della cucina per pregare. Mi ricorderò finchè vivo quanto queste persone erano felici.

La famiglia Cuzzolin alla Comunione dei due gemelli Pietro e Luigi. Da sx: Assunta, Jelma, Santina, il papà Giovanni, Armando, mamma Maria, Francesco, Stelvio e Giuseppe. Nella foto manca Maddalena. Foto concessa dalla sign.ra Mariateresa Maschio.

Michele: Qual’è stato il tuo primo lavoro?

Maria: Ho cominciato a lavorare dopo il matrimonio, qualche mese da Attilio Casagrande da Musile di Piave a produrre rete metallica da recinzione e chiodi. Il mio titolare aveva imparato il suo mestiere in Africa, luogo in cui aveva vissuto per alcuni anni, e poi, ritornato in Italia si era aperto l’attività a San Donà di Piave con la moglie Gusso. sorellastra del partigiano Enzo Gusso, uno dei Tredici Martiri. Con me lavoravano anche Rossetton da Croce, Casonato da Castaldia, Pivetta da Grassaga e Fedrigo da San Donà (3).

Michele: Che cosa ti ricordi di tua mamma e di te da bambina?

Maria: Mia mamma ha prestato servizio presso le case dei Signori del centro di San Donà quando questi, una volta al mese, dovevano fare la “issia”. Lavavano il bucato con la cenere dentro a dei grandi mastelli e poi lo portavano a sciacquare nell’acqua del fiume Piave. Mia madre lavava i panni delle famiglie Serafini, Bastianetto, Gusso, Gozzo ecc. Con la mia nascita tutto si è complicato in quanto mia mamma è rimasta ragazza madre. Non avendo la possibilità di tenermi tutto il giorno mi ha portato dalle suore dell’asilo di San Donà di Piave all’età di due anni e mezzo e qui ci ho soggiornato fino ai sei anni. Ad accompagnarmi ogni mattina era uno dei fratelli di mia madre che purtroppo aveva grossi problemi di salute. Con me era molto buono e mi ricordo che non mi mollava mai la mano fin che non entravo nell’asilo. In questo luogo ho imparato tante cose, tra queste anche ricamare dalla suora Ida. Ricordo il nome di un’altra suora, Elena. Spesso bisticciavo con una donna di cui non ricordo il nome e che non aveva preso i voti ed era finita li per qualche motivo. Quando capitava di discutere con lei le altre suore mi mandavano in cappellina a far compagnia alla statua di Maria Bambina. Questa era la bambola con cui parlavo e giocavo ogni giorno. Talmente tanti anni ho passato dentro all’asilo che il vescovo mi ha dato il primo premio della conoscenza del catechismo. Compiuti i sei anni sono andata alla scuola elementare che si trovava in Piazza Indipendenza sotto i portici. Era divisa in due parti, maschile e femminile. Qui ho fatto la prima, seconda e terza elementare con la maestra Davanzo. La quarta e la quinta l’ho fatta nella sede staccata che si trovava nell’ex orfanotrofio in Via Pralungo (attuale Casa Saretta) con la maestra Vetto da Venezia.
Mia mamma mi portava tutte le domeniche alla prima messa del mattino che iniziava alle quattro in quanto successivamente doveva sbrigare le faccende di casa che non riusciva a fare durante la settimana. A quell’ora la chiesa si riempiva di tutte le donne che provenivano a piedi dalla Bassa Isiata e dall’Intestadura. Mi ricordo un episodio divertente. In seguito a una scossa di terremoto avvenuta durante un sabato notte (domenica mattina 18 ottobre 1936 sul Cansiglio), le donne provenienti dalla Bassa Isiata hanno ritardato l’ora d’inizio della messa. La causa del loro ritardo era dovuto a una signora che chiamavano “Peocina Trevisiol”. Questa si è poi presentata al comizio e si è giustificata dicendo:

“Me tocà fermarme casa parchè me om se ghavea portà a piadena de vin, l’ha messa sora l’armer, e vegnest el teremot e l’ha sbricada, e xe ndat tut el vin soe cassee. Gho dovest netar tut”

(ho dovuto fermarmi a casa perchè, dopo che mio marito aveva appoggiato la scodella del vino sopra l’armadio e a causa del terremoto era caduta, ho dovuto pulire tutto il vino che era finito sui cassetti).

Michele: Come hai vissuto la Seconda Guerra Mondiale?

Maria: Prima che bombardassero i ponti della ferrovia e quello stradale di San Donà di Piave, gli aerei americani detti “Pippo” hanno colpito il deposito di carburante della SIAP dove vivevo con la mia famiglia .
Quel giorno sono andata a giocare con una delle bambine Cuzzolin in un prato vicino al deposito e quando è suonata la sirena dell’allarme aereo mi sono riavvicinata a casa. Nel mentre sono rimasta bloccata nel sentiero da una “boretoea” (lucertola) che mi ha impedito il passaggio e della quale ho sempre avuto molta paura. Questo episodio mi ha salvato la vita perchè la bomba lanciata dall’aereo è caduta poco più avanti e dentro al garage della nostra casa. Abbiamo perso tutto il vino perchè all’interno dello stabile mio zio, dalla buca per riparare le auto, con della sabbia si era ricavato la cantina per mantenere in fresca le bottiglie.
La bambina dei Cuzzolin si è per grazia di Dio salvata, ma lo spostamento dell’aria l’ha fatta volare dentro la cucina della baracca in cui viveva. La loro mamma solitamente, quando suonava l’allarme aereo, li nascondeva sotto la mucca che teneva nella stalla, ma questa volta non tutti erano presenti all’appello.
L’aereo militare americano aveva colpito il deposito di carburante lungo la ferrovia in quanto in quel luogo i tedeschi avevano fatto la loro base TODT e nel cortile tenevano i carri armati (4). Verso la fine della guerra i tedeschi per paura degli attentati hanno chiuso Via Ereditari impedendone il passaggio. Hanno messo il cartello di divieto di accesso all’incrocio con Via Giuseppe Garibaldi, ma si sono dimenticati di metterlo nella parte opposta di Via Ereditari e in prossimità del passaggio a livello. Quel giorno sono partita dal deposito, come tutte le mattine, in bicicletta diretta verso il centro della città per aprire la porta del Consorzio Agrario, della quale tenevo le chiavi consegnatemi dallo zio, e permettere alle donne delle pulizie di entrare. Le guardie mi hanno fermato poiché secondo loro avevo violato il divieto. Mi hanno portato nella Caserma San Marco (ex giardini Sip) e lì mi sono permessa di rimproverarli perchè si sono dimenticati di mettere un cartello di divieto. Ho rischiato di essere fucilata sul posto, ma per la grazia di mio zio che conosceva chi di dovere mi hanno lasciata libera. Durante il periodo della guerra mi è capitato spesso di vedere scene agghiaccianti. Un giorno per Via Ereditari ho visto delle Camice Nere che durante uno dei loro tanti rastrellamenti hanno tirato fuori dai buchi di una inferriata un povero anziano di nome Tamai. Suo figlio lo chiamavano “Bobo” perchè era piccolo di statura come suo padre.
In quanto insospettabile per il mio ruolo mattutino di aprire gli uffici del Consorzio Agrario il comandante dei fascisti e delle camicie nere si è affezionato a me e mi avvisava quando sarebbero passati con le SS a rastrellare la zona dove abitavo. Mi accingevo quindi ad avvisare i più anziani per nascondere quella determinata sera i Partigiani nella soffitta dello stabilimento in cui abitavamo. Erano tutti amici di famiglia, ognuno con le proprie idee.
Ogni sabato pomeriggio nello stabilimento veniva a rifornirsi un certo Girardi che comandava un gruppo di camice nere a quanto pare. Era a conoscenza che all’interno dello stabilimento vi era mio compare partigiano Emilio Zanutto che, uscendo dal nascondiglio in mezzo alle pannocchie, aveva il compito di rifornirlo. I militari che accompagnavano Girardi, per non sospettare di nulla, venivano inviati dallo stesso a compiere dei rastrellamenti nelle vicinanze per tutto il tempo necessario.
In quel periodo avevamo tutti molta paura. Una mattina non mi sono presentata al Consorzio come ero solita fare e per fatalità non ho ricevuto la notizia del rastrellamento delle SS. Quella sera mi ricordo che nel tavolo della nostra cucina c’era Bruno Zanutto, ..on e Marino Biancotto (fratelli di Francesco Biancotto ucciso con i Tredici Martiri) e Angelo Tamai che giocavano a tre sette (carte). All’arrivo delle pattuglie per fuggire al controllo tutti si sono arrampicati velocemente in soffitta a nascondersi….

NOTE

(1) In merito all’ospedale improvvisato a Cà Corniani e alla fossa comune descritta nella testimonianza della sign.ra Maria non sono riuscito a trovare riferimenti storici. Per quanto riguarda invece il periodo bellico della prima Guerra Mondiale a Cà Corniani, lo storico Vinicio Donà lo descrive in questo modo: “il Sig. Varetto Luigi, agente delle Assicurazioni Generali di Cà Corniani… rimasto con la famiglia a Cà Corniani, dove si era installato un Comando Austriaco, fu da questo costretto a consegnare tutte le provviste frumentarie nonché tutti i capi di bestiame appartenenti alla vasta Agenzia. Dopo tale consegna al nemico, gli fu annunciato che di lì a due giorni doveva essere internato in Austria; il Varetto allora fuggì tra i canneti delle paludi circostanti, ove si trattenne qualche tempo, mentre la famiglia si rifugiava tra le case coloniche vicine. Ritornato con la moglie ed i tre figlioletti (Raffaele, Placido e Luigi Varetto) in Cà Corniani, fu messo a disposizione del predetto comando nemico, che lo nominò Agente Generale dell’Amministrazione Civile e distributore fiduciario di razioni alimentari ai compaesani ed a più di 800 profughi di S. Donà di Piave e dei dintorni. Tale ufficio il Varetto disimpegnò in modo esemplare e mentre agli Austriaci dimostrava l’insufficienza delle provviste, ai concittadini imponeva di tenere nascosto i frumenti ed i legumi per un dubbioso avvenire; mentre faceva a questi pervenire di nascosto maggiori quantità di generi alimentari di ogni sorta. In tal modo gli abitanti di quelle contrade non ebbero mai a soffrire la fame; al contrario i soldati Austro-Tedeschi si indebolivano a vista d’occhio per mancanza di razionamento equo..” Descrizione tratta dal libro:Vinicio Donà – Caorle. Racconti, illustrazioni e testimonianze di coloro che fecero la storia. Periodo storico della 1^ Guerra mondiale. La pesca a Caorle tra le due Guerre, PubbliCaorle, 2002.

(2) Della dicitura SIAP non ho avuto modo di trovare alcuni cenni storici in merito.

(3) I Tredici Martiri https://www.anpive.org/wordpress/2011/04/03/tredici-martiri/

Bombardamenti della Città di San Donà di Piave nel secondo conflitto mondiale: “Dall’estate del 1944 San Donà di Piave ebbe a subire diversi bombardamenti mirati alla distruzione del ponte stradale e di quello ferroviario sul Piave. Il primo si verificò il 29 luglio, il secondo fu effettuato il 28 agosto, il terzo il 23 settembre ed un quarto il 26 settembre; quest’ultimo purtroppo causò 9 vittime. Un momento cruciale si verificò al mattino del 10 ottobre 1944. Verso le 10… uno stormo… effettuò un’inversione a U puntando sul paese… furono rasi al suolo il bel Teatro Verdi e, purtroppo, l’ospedale Umberto I… San Donà ebbe a subire un altro attacco il 22 novembre 1944… in pieno giorno… distrussero il ponte della ferrovia.” (Storia Locale di San Donà di Piave, Dino Cagnazzi).

TODT: http://lavoroforzato.topografiaperlastoria.org/temi.html?id=6&cap=25&l=it

Da ricordare l’eccidio alla stazione ferroviaria di San Donà di Piave (VE).
Il 10 dicembre 1944, durante un trasferimento verso il comando tedesco di San Donà di Piave situato a Villa Amelia, i prigionieri partigiani Gustavo Badini, Bruno Balliana, Angelo Bonfante e Giuseppe Scardellato vengono fucilati dalle Brigate Nere nei pressi della Stazione ferroviaria del paese.

Il monumento a ricordo dell’eccidio della stazione ferroviaria posto di fronte a Villa Amelia e all’inizio di Via Venezia a San Donà di Piave.

La città di San Donà è stata insignita della medaglia d’argento al valor militare per la lotta di liberazione alla repressione tedesca nel Basso Piave.

RINGRAZIAMENTI: Maria Boem per la testimonianza, il figlio Marino Perissinotto e Mariateresa Maschio.

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