Renzo Venturato – Testimonianza

Testimonianza di Renzo Venturato – Croce di Musile di Piave (VE) – dicembre 2017

Michele: Quando e dove sei nato?

Renzo: Sono nato a Millepertiche il 05/08/1948

Michele: Raccontami qualcosa della tua infanzia.

Renzo: La mia famiglia affittò la nostra casa alla famiglia dei Gabrieli e si trasferì a vivere a Millepertiche in un’abitazione più grande. Lì nacqui e passai tutta la mia infanzia.
Avevo la passione della pesca e andavo a pescare i pescegatti nel canale Gorgazzo. In primavera le femmine di pescegatto partorivano una nuvola nera di pescegatti e io aspettavo che diventassero grandi abbastanza per pescarli e poi mangiarli. Del pescegatto bisogna stare molto attenti perchè ha delle grosse spine che ti possono pungere e pertanto, per staccarlo dall’amo bisogna stringergli il collo davanti così apre la sua grande bocca, e poi afferrargli il collo da dietro per staccare l’amo. Il pescegatto è di due colori, ha la schiena nera e il petto color avorio.

 

Renzo Venturato nel 1964.

 

Michele: Per lavarvi cosa facevate?

Renzo: Nelle sere d’estate, prima di rientrare in casa, noi bambini ci lavavamo le gambe nel canale Gorgazzo e il viso con l’acqua del pozzo, mentre gli adulti prendevano un secchio d’acqua dal pozzo e si lavavano a pezzi.

 

La casa a Millepertiche.Il canale Gorgazzo e la casa.

 

Michele: Quanti anni hai vissuto a Millepertiche?

Renzo: Sono rimasto a Millepertiche cinque anni e poi, quando siamo tornati nella vecchia casa, ho iniziato le scuole elementari alla Fossetta.

Michele: Le scuole alla Fossetta com’erano?

Renzo: Come si presentano oggi. C’erano due grandi aule affiancate da un appartamento dove viveva la maestra Tamiello. Oggi vi abita la Graziella Furlan. La maestra Tamiello era molto severa. Aveva due figli, uno dell’età di tuo padre (nato nel 1946) e un altro più giovane di nome Giuliano. Suo marito proveniva da Mestre, lavorava come rappresentante e aveva un’auto FIAT Topolino 1400 cc.
Le due aule della scuola elementare erano divise in sezioni prima e seconda e terza e quarta. Dopo che la maestra Tamiello andò via utilizzarono il suo appartamento per aggiungere un’altra aula alla scuola.

Michele: Come si chiamavano le tue maestre?

Renzo: Una si chiamava “Godenick Granuel” di origine slava, separata dal marito, proveniva da Mestre. Un’altra di origine Veneziana si chiamava Gabriella Ghisalberti. La maestra Gabriella era molto buona mentre la maestra Godenick era severa. Un giorno questa ci chiese a noi alunni chi poteva portare una bacchetta lunga per indicare la lavagna durante le lezioni e io mi offrii volontario, ma durante le mie interrogazioni, se non rispondevo alle domande della maestra, lei la utilizzava per bacchettarmi le mani. Da allora non gli portai mai più nessuna bacchetta.
Affianco alla scuola, dove attualmente abita Paolo Di-Legui c’era un grande albero Cipresso e noi bambini facevamo la gara di chi si arrampicava più in alto. Giocavamo anche al Bandieron e partivamo a rincorrerci dal Cipresso verso la strada Triestina dov’era previsto l’arrivo.
Di fronte alla scuola, in prossimità dell’attuale confine con la proprietà della famiglia Furlanetto, c’era una fontana, dove noi andavamo a dissetarci.

 

 Le scuole della Fossetta.

 

Michele: Dove andavate a seguire la Messa?

Renzo: Andavamo a piedi all’Oratorio di Cà Malipiero e la messa iniziava alle ore otto del mattino. Dovevamo andarci anche d’inverno con il freddo e la neve. La zona di Cà Malipiero comprendeva tutte le famiglie che abitavano vicino al canale Fossetta ed era separata dalla zona di Croce. La famiglia dei Favretto, qui vicino, andava a messa a Croce.

Michele: Quali famiglie abitavano a Cà Malipiero?

Renzo: Vicino alla chiesetta dell’Oratorio abitavano i Tozzato, mentre nel caseggiato che confina con Via Bellesine abitavano quattro fratelli Cattai. Il primo fratello più vecchio si chiamava Severino detto il “Moscon”, padre di quella che ha sposato Sergio Ormenese, e marito della sorella di Romeo Ormenese; il secondo fratello di nome Elio, padre di Renzo, aveva sposato la Zoccoletto da Millepertiche; il terzo fratello di nome (?) detto il “Perpetuo”, perchè faceva il sacrestano nella chiesa di Cà Malipiero, era padre di Giannino, Giorgia, Teresina e Marietto; il quarto fratello di nome Giovanni detto “Borsetta”, era padre di Geni, che ha la mia stessa età e abita a Quarto d’Altino, Omero, che abita a San Donà di Piave, e Mara. La moglie di Giovanni era sorella di Romeo Ormenese. Quindi due sorelle Ormenese avevano sposato due fratelli Cattai.
Della famiglia Tozzato c’era il capostipite di nome Aldo che aveva sposato la sorella di Angelo Ormenese, il padre di Romeo Ormenese,
Sull’abitazione più recente a sud dell’antico caseggiato dell’Oratorio di Cà Malipiero, vicino alle stalle, vi erano due famiglie. Verso Via Bellesine vi abitavano gli Ormenese mentre a sud, confinante con la proprietà della famiglia Mariuzzo, i Giusto. La mamma di Franco Giusto, mio attuale amico, era sorella di Aldo Tozzato e zia di Tilio Tozzato,
Tilio Tozzato, lì a Cà Malipiero, aggiustava biciclette e motorini come gli aveva tramandato il padre Aldo, e mio papà Angelo Venturato aveva comprato da lui lo sooter Innocenti Lambretta.
Gli Ormense erano diversi fratelli e c’erano: Omero che abita a Fossalta di Piave, Egidio (cognome?) figlio di una sorella di Romeo Ormenese, e Leo che abita a Fossalta di Piave nella località Rialto (vicino al vecchio bar “Jabardo” e attuale birreria Caramel) padre di Giuliano.
I Giusto erano in diversi fratelli e quelli che ricordo si chiamavano: Giacchino detto “Eliseo” padre di Franco, Vittorio che abita a Musile di Piave padre di Paolo e Paola e poi altri fratelli e sorelle che non ricordo i nomi, di cui uno emigrato in Piemonte (1).

Michele: Le famiglie di Cà Malipiero erano tutte in affitto?

Renzo: Sì. Il proprietario dell’agenzia e dell’Oratorio di Cà Malipiero era un Veneziano (2).

 

Il palazzo dei Malipiero.La Casa Cattai.La Casa Giusto e OrmeneseLa Casa Tozzato.

 

Michele: Quando hanno asfaltato la strada Triestina.

Renzo: La Triestina era già asfaltata quando io ero bambino. Mi ricordo che aveva il ciglio stradale (banchina) di sassi e che veniva pulito dagli stradini con la pala e non con i mezzi motorizzati che ci sono oggi. Mi ricordo lo stradino di nome Michele Biasi, che proveniva da Pola con la famiglia e che durante l’occupazione di Tito gli avevano cambiato il cognome in Biasic.

Michele: Raccontami quando da bambino uscivi dallo stradone di casa in terra battuta per andare nella strada principale, la Triestina, e ti dovevi cambiare le scarpe.

Renzo: Avevo ai piedi gli zoccoli chiusi per percorrere lo stradone in terra battuta quando c’era fango, mentre quando raggiungevo la strada principale Triestina me li cambiavo con gli “Zampei”. Il “Zampel” è molto simile a una ciabatta aperta sulle dita, con la pianta in legno e una chiusura posteriore che ferma il piede, simile a un sandalo.

Michele: Mi raccontavi che andavi dalla famiglia dei Mantovani quando raggiungevi la strada principale.

Renzo: Quando il latte veniva munto lo consegnavo a chi lo raccoglieva per le famiglie e il luogo di ritrovo era fuori dallo stradone in terra battuta. Quando pioveva, nella casa vicino alla Triestina, oggi di proprietà della famiglia Carnieletto, andavo a proteggermi dall’acqua nell’abitazione della “Checca Mantovana”, una signora molto anziana con la gobba che la faceva toccare a terra. La “Checca” abitava assieme al fratello e a un cognato e non aveva figli. Nella sua casa teneva sempre la stufa accesa e la alimentava con la legna che recuperava in giro. Spesse volte utilizzava stecchetti di legno di tralci di vite e rami secchi.

 

La Casa della Checca Mantovana.

 

Michele: Per produrre il latte avevate quindi le mucche?

Renzo: Si. Dopo che mio padre Angelo e i suoi fratelli Domenico e Sante erano tornati a vivere qui vicino al canale Fossetta, lasciando gli altri fratelli più vecchi nella casa di Millepertiche, portavamo fuori il latte tutti assieme e tutte e tre le famiglie andavano d’accordo. Successivamente c’è stata una rottura in quanto Domenico dimostrava sempre meno interesse verso i suoi fratelli e alla coltivazione della terra e si era dedicato al lavoro di mediatore. Quando tornava a casa dal suo lavoro aveva anche il coraggio di sgridare gli altri due fratelli perchè non avevano compiuto quello che lui aveva precedentemente ordinato. Mentre Angelo e Sante con il loro duro lavoro possedevano a malapena una bicicletta, Domenico si era comprato la moto NSU. Spesse volte Domenico tornava a casa da San Donà di Piave indossando due maglioni perchè nelle maniche nascondeva della frutta destinata alla sua famiglia. Degli altri fratelli non aveva alcuna pietà.
Un giorno mia zia “Isetta”, la moglie di Sante, pensò bene di inviare il marito a punire il fratello fannullone e rovina famiglie. Quando a mio zio Sante gli si dava un ordine lui lo eseguiva come quando lo si ordina a un cane. Si diceva “Ciue” e lui partiva.
Domenico quel giorno stava preparando la tina (tino) in attesa di riempirla di mosto dalla vendemmia. La tina veniva tenuta bagnata con dei sacchi umidi per una settimana cosi il legno si riempiva di acqua e le tavole si pressavano una con l’altra in modo tale da non far uscire il mosto liquido.
Sante prese in mano la grossa catena del “Timozel” che si trattava un timone di legno e una catena che venivano agganciati al timone principale e al dogo, quando le due bestie da traino non riusciva bene nel loro lavoro.
Sante corse incontro a suo fratello Domenico e lì iniziò una dura lotta. Domenico si difendeva dal fratello con l’aiuto della tina, che le faceva da scudo, ma i colpi del timozel erano talmente forti che la tina si ruppe a pezzi, tanto da dover chiamare il Botter per ricostruirla e Domenico se la diede a gambe per i campi.

 

Sante, Isetta e zio Domenico.

 

Michele: Mi racconti la storia del pozzo romano.

Renzo: Il pozzo romano si trova sepolto a meta’ “cavin” (scolina) tra la proprietà della famiglia Saviane e quella Bardellotto. Veniva utilizzato in epoca romana ed era collocato vicino all’abitazione che oggi non c’è più e che con i suoi mattoni è stata fabbricata questa casa. Una volta le due proprietà attuali di Saviane e Bardellotto appartenevano allo zio Domenico Venturato. Dove c’era la sua stalla si ergeva la casa romana. Dai racconti tramandati dagli anziani pare che in quel luogo sorgesse un vecchio convento. Con le rovine rimaste dell’antica costruzione hanno pavimentato il cortile dal fango per evitare di sprofondare. Oggi abbiamo la ghiaia. Qualche mattone affiora ancora tra i sassi.

 

La vecchia abitazione in Via Fossetta.

Le rovine della casa romana.

 

 

Michele: Dalle rovine romane affioravano anche delle anfore?

Renzo: Si. Di varia misura intere o spezzate.
Una volta noi bambini giocavamo al gioco dei “Foni” che si svolgeva allineando tre birilli, alti meno di un metro, che dovevamo rovesciare lanciando una palla di legno “santo” (simile al bowling). Ogni birillo rovesciato valeva tre punti. Noi non avevamo i birilli di legno e pertanto utilizzavamo le anfore che con il passare degli anni abbiamo distrutto.

Michele: Quali altri giochi facevate?

Renzo: Mio papà Angelo mi aveva costruito un carrellino con due ruote e un manico che spingevo e facevo correre sulla polvere lasciata dalla terra. Per costruirlo aveva utilizzato due ruote di ferro pieno, recuperate dal fondo delle bombe che spesse volte venivano raccolte nella campagna, dopo la Battaglia del Solstizio, legate tra loro con uno spezzone di ferro sagomato e spinte da un manico di legno. Questo era il divertimento di noi bambini.

Michele: Di quello che era rimasto della Prima Guerra Mondiale cosa raccoglievate?

Renzo: Di tutto. Bombe, ma soprattutto cartucce e palline di piombo perchè venivano valutate di più rispetto al ferro.

Michele: A chi veniva venduto il ferro vecchio?

Renzo: Alla famiglia Finotto di Fossalta di Piave detti “Bigoi bomba” che erano tre zii e poi a un certo Angelo Ambrosin detto “Bomba” che pagava il ferro di più degli altri. Questo vendeva anche angurie e “bogoi” (lumache). Durante le sagre prendeva i gusci vuoti dei “bogoi” già mangiati e li mescolava a quelli nuovi per poterli poi rivendere a peso a guadagnarci di più. A chi gli chiedeva spiegazioni sul fatto che fossero vuoti Angelo gli rispondeva di non essersi reso conto dell’accaduto in quanto durante la cottura dei “bogoi” era impossibile capire quelli che uscivano o meno dal guscio.

Michele: Raccontami di come funzionava il riscaldamento durante l’inverno e del gabinetto per i bisogni primari?

Renzo: Per fare i bisogni andavamo dove capitava ossia: all’aperto, lungo il “pajer” (pagliaio) e dentro il fosso. Una volta lungo il “pajer” sembrava di camminare in un campo minato e bisognava stare attenti a non pestare qualche escremento. Ci pulivamo il sedere con la paglia o con gli “scartozzi” (cartocci) delle pannocchie di mais. Avevamo anche un gabinetto alla turca fatto con pareti di canne, un tetto di eternit (fibrocemento), un pavimento di tavole incrociate e il tutto sorretto da quattro pali piantati sopra la “corte” (letamaio). Quando pioveva tanto la concimaia si riempiva di acqua e “pissarotto” (urina delle mucche) e quando noi andavamo a defecare capitava che le feci cadessero giù in velocità sul “pissarotto” tanto da farlo risalire in superficie lavando il nostro sedere.

Michele: Cosa mangiavate durante la giornata?

Renzo: Mangiavamo: pollastro, poca pasta che contavamo con il contagocce e minestra di gallina. Tra gli anni cinquanta e sessanta del novecento arrivarono i dadi Knorr e Star che davano maggior sostanza al cibo. Avevamo anche le uova a “mezzadria” ossia, le utilizzavamo sia per mangiarle e sia per barattarle con altri alimenti come la pasta o lo zucchero. Lo scambio avveniva presso la Trattoria Fossetta dove c’era un negozio di alimentari di proprietà dei fratelli Diqui (tra questi un certo Paolo Diqui). Se le uova non bastavano i debiti venivano segnati in un libro e poi li saldavamo con il ricavato della vendita del raccolto. Il raccolto di frumento e mais veniva stipato in un piccolo stabile dietro la scuola (il vecchio garage di Vittorio Di-Legui). Mangiavamo anche polenta perchè la facevamo con la farina del mais, mentre mangiavamo poco pane perchè dovevamo vendere la farina di frumento. Il pane lo si preparava con le spighe rimaste nei campi dopo la mietitura.

 

In fondo a dx il deposito del grano.

  Angelo Venturato e la trattoria Fossetta nel 1941.

La trattoria Fossetta oggi.

 

Michele: Cosa veniva coltivato nei campi?

Renzo: Frumento, mais e girasoli. Per la mietitura dei girasoli dovevamo tagliare a mano tutte le teste della pianta e farle essiccare al sole sul cortile e sulla “tieda” (fienile). Per sgranocchiare le teste dei girasoli due persone facevano funzionare una macchina moderna. Uno girava il manico della macina e l’altro teneva pressata la testa del girasole alla ruota in legno della sgranatrice. Quando non c’era la macchina dovevamo battere le teste del girasole con un bastone per far uscire i grani. Il grano di girasole veniva consegnato ai mediatori e barattato con circa mezza damigiana di olio di semi.

Michele: Avevate anche le bietole?

Renzo: Le bietole arrivarono quando ero già un ragazzino di dieci anni o poco più e venivano coltivate in bonifica, perchè il terreno era più fertile e più tenero da lavorare. Dopo il raccolto venivano trasportate allo zuccherificio di Ceggia. Noi lavoravamo al “Terzo” la terra bonificata dell’Agenzia Scarpa (ex Gradenigo) che comandava un ampio territorio dal confine con le Valli a quello con il paese di Millepertiche. Alle famiglie proprietarie di terreni che non avevano abbastanza terreno da coltivare per sopravvivere veniva consegnato una parte di terreno dell’Agenzia. Questa arava, concimava i campi e preparava i terreni per la semina in cambio di un terzo del nostro raccolto. La semina e il raccolto lo dovevamo fare noi a mano. Solo le bietole venivano seminate e raccolte da una macchina fornita dall’Agenzia. Delle bietole dovevamo in ginocchio togliere quelle in eccesso e lasciare una pianta distante dall’altra circa venti centimetri (sciàridura).

Michele: Cosa ti ricordi della mietitura?

Renzo: Mi ricordo dei “Maneri”, ossia un insieme di fasci intrecciati tra loro e raggruppati in modo da creare un grande pagliaio. La pianta matura del frumento veniva tagliata con il “messorin” e poi raccolta e raggruppata in una fascina. Con la stessa pianta di frumento intrecciata veniva legata e stretta la “faja” (fascina). L’intreccio consisteva nel prendere due gambi di frumento intrecciati dalla parte della spiga, avvolti attorno il fascio e annodati tra loro con un giro morto. Quello che rimaneva in più del groppo veniva incastrato dentro il fascio per impedirne la rottura. A casa nostra eravamo divisi in due diverse generazioni di Venturato e pertanto la mietitrebbia veniva collocata al centro dei due “maneri” per poterli separare. Il frumento raccolto dalla mietitrebbia veniva collocato sul granaio il quale subiva un eccessivo carico e pertanto dovevamo rinforzare il solaio con una trave di legno verticale che divideva la nostra cucina in due parti. Mettevamo circa sessanta o settanta quintali di grano sopra la nostra testa. Il frumento veniva stipato sul granaio fino all’arrivo del grano di mais che lo sostituiva. Il frumento veniva portato al mulino della famiglia Vio, che era collocato vicino alla stazione del treno di Fossalta di Piave (Musile di Piave), per fare la farina. Con la farina di mais si faceva la polenta, mentre con quella di frumento il pane e la pasta fatta in casa. Il pane veniva impastato a casa e cotto a turno presso il forno della famiglia Amadio, che abita ancora oggi vicino alla strada statale Triestina. Anche la famiglia Favotto aveva un forno, ma noi andavamo dagli Amadio perchè la mia zia Maria Amadio aveva sposato mio zio Domenico Venturato. Il padre di mia zia Maria si chiamava Angelo e lei era cugina del papà di “Nino” e “Nani” Amadio. Poi c’erano: “Angin” (Angelo) il padre di Flaviano Amadio che abita a Millepertiche, “Jijo” (Luigi) che abita vicino all’Agraria di Millepertiche e altre sorelle.

 

La mietitura del grano delle famiglie Venturato.

 

Michele: L’immondizia e la plastica esistevano?

Renzo: La plastica? Non esisteva. C’era solo la carta che veniva gettata sulla “corte” (concimaia).

Quando la mia famiglia e i miei zii Sante e Domenico sono tornati a vivere in questa casa, pur avendo lasciato gli altri fratelli a Millepertiche, non avevano abbastanza posto per alloggiare e pertanto ai miei genitori, Angelo ed Elvira e a noi fratelli, Renzo e Giuliano, ci fecero dormire in una stanza ricavata dal porticato della stalla. La nostra stanza venne soffittata con le “grisoe” (graticcio) e la malta per evitare che il “ferume” (polvere di fieno o fieno tritato) scendesse dal pavimento in legno del fienile. Speculare alla nostra camera c’era quella di Albino Venturato e la moglie Irma. Entrambi erano poveri e non avevano abbastanza soldi da costruirsi un soffitto come il nostro e pertanto, per evitare che cadesse il “ferume”, appiccicavano al soffitto la carta che veniva gettata via. Quando il soffitto si riempiva del fieno tritato questo cedeva dall’elevato peso sul letto dei coniugi. Albino, che poi emigrò a Torino con la sua famiglia, era il fratello più anziano di Mario e “Beppi” (Giuseppe) Venturato. Irma di cognome Barbin abitava nella vecchia casa Franceschini (ex sede della Croce Rossa Americana durante la Prima Guerra Mondiale). I Barbin erano tutti mezzadri e quando emigrarono in parte in Piemonte la loro casa venne consegnata ai Favaretto. I Favaretto abitavano nella casa di fronte a quello che oggi vende i marmi (Eraclit) e successivamente si divisero. Alcuni rimasero a vivere nella vecchia casa e altri comprarono la casa dei Barbin. Dei Favaretto mi ricordo Sergio, Lino e altre sorelle. Dopo l’alluvione del 1966 costruirono la curva della strada statale Triestina per evitare l’incrocio pericoloso del “bivio per Fossalta” e divisero in due parti la proprietà dei Favaretto, pertanto questa famiglia decise di costruirsi una casa nuova all’interno della curva vendendo la vecchia abitazione agli attuali Barbirato. Il bivio per Fossalta era molto pericoloso e chi proveniva da San Donà di Piave, correndo forte, finiva dritto dentro il canale Fossetta. Dall’altra parte della Fossetta, vicino all’attuale ponte che l’attraversa c’era una baracca di legno dove abitavano le famiglie Scomparin e Lazzaratto, che durante gli incidenti prestava soccorso ai più sfortunati. Accanto a queste famiglie, nella casa gialla dove oggi abitano i Gambaro, vi alloggiava “Meno” Costa. Quando l’abitazione di legno scivolò dentro il canale Fossetta, i Lazzarato andarono ad abitare nelle case nuove lungo via Fantinello e i Scomparin in altre.

 

La Casa Franceschini oggi Barbirato.

Il bivio di Fossalta di Piave.

 

Michele: Quando arrivò la plastica?

Renzo: Alla fine degli anni sessanta del novecento. Le borse di plastica arrivarono negli anni settanta. Una volta erano fatte di “scartozzi” (cartocci), di paglia e di legno intrecciato. Il loro interno era avvolto da una stoffa per evitare il contatto con l’altro materiale.
La raccolta dell’immondizia avveniva presso i centri abitati ma da noi in campagna non esisteva e pertanto tutta la plastica venne bruciata fino ai primi anni ottanta. Accanto alla nostra abitazione, nel 1964, avevamo un grande giardino pieno di “noghere” (alberi di noci) centenarie, dove il tronco misurava quasi un metro di diametro, e sotto a quegli alberi avevamo “el forneon per la issia” che successivamente utilizzammo per bruciare l’immondizia.

Michele: Cos’è la “Issia”?

Renzo: La “Issia” è la cenere mescolata all’acqua bollente per lavare e disinfettare gli abiti (una specie di primordiale detersivo).

Michele: Cos’era il “Forneon”?

Renzo: Il “Forneon” era una costruzione di mattoni pieni semicircolare dove all’interno vi si trovava un traverso orizzontale che sosteneva un fusto di ferro pieno di acqua. Nella parte inferiore alla trave veniva appiccato il fuoco che scaldava e bolliva l’acqua del fusto. Con l’acqua calda e la cenere rimasta dal fuoco si produceva la “Issia”. Quando arrivava il periodo dell’uccisione del maiale con l’acqua bollente gli si toglieva il pelo. Per la “Issia” l’acqua calda veniva raccolta con un mestolo dal fusto e gettata nel “mastel” (tinozza per lavare) al bisogno. Dentro al “mastel” vi si trovava l’acqua del pozzo. Per strofinare gli abiti ci si serviva della tavola in legno che veniva appoggiato sopra il “mastel”. Il “mastel” era fatto di legno e in tempi più moderni venne sostituito con quello di ferro zincato. Aveva due maniglie per afferrarlo e una più alta per appoggiare la tavola.

Michele: Mi pare che hai lavorato anche in Svizzera?

Renzo: Si. Ho lavorato a Grosshochstetten (3) sul Canton di Berna a venti km dalla capitale Berna e la ditta dove prestavo manovalanza era un’impresa edile. Il mio titolare si chiamava “Luis Bracher” di origine trentina. La sua famiglia era emigrata in Svizzera con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Lavoravo in questo paese dalla fine del mese di febbraio fino a quello di dicembre per poi tornare a casa per le feste natalizie. I mesi di gennaio e febbraio erano quelli più freddi ed era impossibile lavorare all’aperto.
Quando ho cessato di lavorare presso l’impresa edile ho continuato la mia professione in altre diverse ditte qui vicino, ossia: Omim di San Donà di Piave, House kit di Musile di Piave, una ditta che produceva mobili metallici e la Metalplastic.

Michele: Hai prestato servizio di leva in che anno e dove?

Renzo: Ho iniziato il C.A.R. (Centro Addestramento Reclute) a Casale Monferrato in provincia di Alessandria in Piemonte nel mese di maggio dell’anno 1968. Mi ricordo quando, per arrivare in città, percorsi con il treno a vapore il tragitto Milano-Casale Monferrato attraversando le piantagioni di riso e con il caldo torrido del periodo quando aprivo il finestrino della carrozza entrava una nube di fumo e un’infinità di zanzare. Durante la notte in caserma dovevo fare il guardiano delle zanzare. Dopo il C.A.R. sono stato trasferito presso il Comando nella città di Cervignano del Friuli nel corpo della Fanteria d’arresto. Dal Comando partivano tutti i distaccamenti e noi dovevamo fare le guardie dei confini. Nel mio periodo di leva c’era ancora la Guerra Fredda e dovevamo stare attenti. Nelle postazioni dei distaccamenti sul Carso vi erano dei bunker sotto terra dove sopra di essi vi erano collocate delle torrette recuperate dai carri armati americani abbandonati dopo il secondo conflitto mondiale. Le torrette che dovevano sparare ruotavano sopra un ingranaggio e venivano spinte in superficie dal bunker tramite un pistone o stantuffo sollevato da un compressore e alimentato da un gruppo elettrogeno. Dopo l’utilizzo venivano riposizionate dentro il bunker e questo veniva ricoperto con delle lamiere. A volte nei bunker posizionavano l’intero carrarmato e per nasconde la torretta la ricoprivano con una costruzione in superficie di lamiere e con la scritta: Magazzino ANAS. Noi avevamo anche il compito di lubrificare tutte le canne per evitare la ruggine.

Michele: Anche vicino a casa nostra si trovavano delle caserme?

Renzo: Questa zona era piena di caserme e una di quelle grandi era la Tombolan Fava, lungo la strada che dal paese di Fiorentina porta a quello di Stretti. Lungo la SS14 Triestina per andare a Portegrandi c’era la base missilistica americana. Mi ricordo quando ero bambino che gli americani passavano vicino alla nostra scuola con i carrarmati. Noi bambini che eravamo nel cortile a giocare al “Bandieron” partivamo di corsa verso la strada principale per vederli passare e i soldati ci gettavano la “gomma americana” (ciungam).

 

Didascalia:

(1) Per maggiori informazioni sulla genealogia delle famiglie: Ormenese, Cattai, Giusto e Tozzato consultare il seguente link: https://www.myheritage.it/site-family-tree-233228781/venturato-michele?rootIndivudalID=1501693&familyTreeID=1

(2) Anticamente l’intero caseggiato, degli inizi del sec. XVIII, e la chiesa, dedicata alla Beata Vergine del Rosario, appartenevano alla famiglia nobile veneziana dei Malipiero, mentre dal 1939 è di proprietà dei Sigismondo da Sant’Antonio di Treviso. I proprietari in successione furono: 1. Zaccaria Malipiero  2. Girolamo Malipiero  3. Chiara Malipiero moglie di Piero Capello  4. Elena Jvanovich  5. Beatrice Pisani Dubois  6. Giuseppe e Angelo Bianchini e Filippo Rinaldi da Venezia  7. Giuseppe Sigismondo  8. Edria Sigismondo. Per maggiori informazioni consultare il sito internet curato da Carlo Dariol: http://www.elevamentealcubo.it/crocedipiave/Oratori.htm

(3) Grosshachstetten:   https://goo.gl/maps/jCoLZmrcaMC2

3 thoughts on “Renzo Venturato – Testimonianza

  1. Grazie è un piacere leggere storie e ricordi di vita passata che fanno parte del nostro DNA.
    Viva la Mia Nonna Letizia Tronchin

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